Nur, preindoeuropeo, o di sustrato mediterraneo, è anche il nome del nuraghe, detto pure, a seconda dei dialetti della Sardegna, nuràke, nuràxi, nuràcci, nuràgi, naràcu etc. Questo termine, specie nel secolo XIX, fu messo in relazione con la radice fenicia di nur, che vuol dire fuoco, e fu spiegato come fuoco nel senso di dimora o di tempio del fuoco, con riferimento a culti solari che si sarebbero praticati sulla terrazza delle torri nuragiche. Oggi, invece, i filologi propendono a considerare il vocabolo nuraghe come un reliquato della parlata primitiva paleomediterranea, col duplice significato, opposto ma unitario, di mucchio e di cavità. Il vocabolo stesso, poi, indicherebbe la speciale forma costruttiva del nuraghe, il quale vorrebbe dire appunto mucchio cavo, costruzione cava, torre cava, a causa della figura del suo esterno, fatta per accumulo di grossi massi.
Nur è la storia di due scalpellini sardi divisi dall’amore che provano per la stessa ragazza e dalle vicende politiche dell’Italia fascista che li vede schierati in maniera opposta. La storia è ambientata in un paese della Sardegna, Serrenti, in cui la lavorazione della pietra era fondamentale per l’economia. I cittadini partecipano alle vicende dei tre giovani amplificando i sentimenti che scaturiscono dallo scontro delle famiglie coinvolte. Lo spettacolo rappresenta anche uno spaccato sociale della Sardegna del ‘900.